Nella nostra terra esiste una filosofia del cibo, una passione gastronomica che induce studiosi e intellettuali a discutere di ricette che si vanno creando o riscoprendo da antichi testi, che vengono riproposte attraverso varie rielaborazioni. Una cucina ben radicata nella tradizione ma anche vitale nella continua ricerca di nuove ricette.
Un piatto che nella cucina trevigiana occupa un posto di tutto rispetto è il bollito. Quello "classico" si compone di molte varietà di carni: scapino di manzo, gallina, lingua, testina, cotechino o bondiola, talvolta lingua salmistrata, aromatizzati con cipolla, chiodi di garofano, coste di sedano con foglia, o sedano rapa, carote e foglie d'alloro. Si serve insieme con sottaceti e cipolline o peperoni, sempre sott'aceto. Una variante povera è la "ossada": ossa di vitello e di manzo, ricche di parte gelatinosa delle cartilagini; talvolta vi si aggiungevano pezzi di coda e zampetti di vitello. Si serviva il tutto bollente in un gran piatto, accompagnando con la ciotola del sale grosso.
Quando la stagione diventa fredda, nel Trevigiano si consuma la "pasta e fasioj", classico della gastronomia veneta e di Treviso in particolare; una minestra che richiede una lunga cottura e molti ingredienti aromatizzanti. Alla base vi è un soffritto di cipolla, carote, sedano, rosmarino, alloro; per renderla più densa qualche fetta di patata, viene poi arricchita da orecchie, piedino, codino del maiale. Alla fine la zuppa è pronta ad accogliere le tradizionali "tirache", tagliatelle di semola di grano, piuttosto consistenti, impastate senza uovo.
I prodotti derivanti dal maiale sono molto diffusi in tutto il territorio. Il maiale ha avuto sempre un ruolo assolutamente primario nell'alimentazione, specialmente delle campagne. Con il sangue del maiale si preparavano i "baldoni", budini, torte o "el sangueto" da cuocere a pezzetti come il fegato alla veneziana. Sempre col maiale, si preparavano le "martondele" che sono delle polpette aromatizzate e passate nella farina da polenta, guarnite con una foglia di salvia, avvolte in una reticella di maiale e cotte nella graticola o in padella.
Tipica è la "bondiola" di Treviso che ha le caratteristiche del cotechino o musetto, un impasto di carne di maiale, lavorato con un insieme di spezie e insaccato nel budello naturale. La bondiola va servita come pietanza, con contorno di verdure cotte o purea di patate.
Da ricordare inoltre la "luganega". Esiste una "luganega da risi", fatta apposta per essere usata con il risotto. Esistono luganeghe con aggiunte di altre parti dell'animale nell'impasto e anche con fegatini e ventrigli di pollo: sono le "salsicce de rosto", da cucinare grigliate.
Ma dove la cucina veneta splende insuperabilmente è nelle ricette che utilizzano gli animali da cortile: polli, anatre, piccioni, oche, tacchini, faraone. Molte le specialità: a Treviso è d'obbligo gustare "l'oca arrosto con il sedano in insalata". Ma ovunque si trovano pollastre e "paete" (tacchini) cucinate con vari intingoli come quello, tipico della stagione fredda, a base di melograni, che accompagnano tradizionalmente il tacchino arrosto.
Simili alle ricette degli animali da cortile sono quelle della caccia dominata dalla lepre che offre un piatto sontuoso con il "civet di lepre", oppure il "capriolo con la salsa all'uvetta" tipico dell'Altopiano di Asiago.
Fra i pesci la trota viene proposta nelle più svariate preparazioni, e anche affumicata. La Marca Trevigiana con i suoi monti ed i fiumi che ne scendono è particolarmente adatta alla vita delle trote ed è in questa provincia che si raccolgono le produzioni più consistenti. Le acque, con la Valle del Piave, i torrenti e i fiumi che vi affluiscono, con il Livenza e con il Sile, sono l'habitat perfetto per un selezionato tipo di trote altamente produttivo sia per la quantità che per la qualità. Non mancano però le anguille, i gamberi d'acqua dolce, il luccio, lo storione, il pesce gatto. E infine la rana che fu cibo dei poveri apprezzato anche dai ricchi.
Carni e pesci non escludono un'abbondante varietà di erbine, ortaggi e funghi (che vengono cucinati nelle più svariate qualità e modalità): dalle primule (ottima la frittata), al crescione, agli asparagi, al radicchio trevigiano.
I contadini hanno sempre cercato di conservare nei periodi invernali, per l'alimentazione familiare, il radicchio prodotto nei campi, unitamente ad altri ortaggi. I metodi primitivi di conservazione erano nelle stalle, nelle cantine, nelle serre, sotto paglia, sotto terriccio, in cassoni, in botti e all'aperto sotto letto caldo di letame. Con questi metodi (imbianchimento) il Radicchio di Treviso produceva nuova vegetazione.
Tali procedimenti furono migliorati con gli anni e oggi l'imbianchimento del Radicchio di Treviso avviene in apposite vasche con il passaggio di acqua pura di falda a temperatura costante. Per quello di Castelfranco, invece, si ricorre a delle serre con molta umidità e poca luce.
La prima mostra dei Radicchi Rossi di Treviso e di Castelfranco risale al 1899. Da più di un secolo, la mostra si ripete sotto la Loggia del Palazzo dei Trecento a Treviso. I Radicchi Rossi Trevigiani hanno trovato gradita accoglienza nei menù dei ristoranti trevigiani, d'Italia, d'Europa e d'America e sono reperibili sui principali mercati del mondo.
Anche la frutta, come la verdura, viene preparata in vario modo: fragole, ciliegie, mele e pesche, diventano un vero dessert quando vengono sapientemente cotte con cannella, chiodi di garofano e vino dolce bianco, che servono per diverse conserve (tradizionale la mostarda dal sapore dolce-forte per l'unione delle mele e della senape), marmellate e sciroppi, nonché per svariate crostate.
E le castagne che per tanto tempo sono state fondamentale sostentamento delle genti di montagna.
Il latte invece un tempo, se abbondante, diveniva burro, formaggio, o ricotta, secondo le semplici tecniche casearie acquisite nel tempo, nell'ambito della famiglia contadina oppure nelle Latterie o cooperative.
Tra gli altri si produceva un formaggio molle, non cotto, a rapida maturazione e di pronto consumo, che prendeva il nome di Casata o Casatella secondo le dimensioni. Tali denominazioni derivano dal vocabolo latino caseus (cioè cacio), ma possiamo considerare anche un'origine veneta della casata.
Quello lavorato nelle famiglie era formaggio con caratteristiche di qualità e di genuinità, dall' aspetto difforme in relazione alla metodologia usata e ai quantitativi di latte disponibili (talvolta provenienti da stalle diverse). Le forme variavano nel peso, nella consistenza della pasta, nella durata della maturazione, nel tenore di grasso e nel sapore, con il variare delle stagioni e quindi del latte. Il prodotto era instabile, da consumare entro tempi brevi, dopo una rapida maturazione in luogo fresco. Prodotto in forme di piccola misura, era migliore nel periodo invernale, perché le vacche alimentate con foraggio secco, producevano un quantitativo maggiore di latte grasso, quindi più idoneo per la preparazione di formaggi molli. La casatella costituiva sovente l'unico companatico, accompagnato con una fetta di polenta abbrustolita.
Per quanto riguarda i dolci, ricordiamo innanzi tutto quelli tradizionali delle sagre, dolci secchi come i "bianchetti", gli "ossi da morto" (così chiamati per la loro particolare forma), i "zaletti", le "lingue di gatto". Si passa poi ai più elaborati come la "torta fregolotta" (oramai diffusa in tutta l'Italia settentrionale), le focacce, la "zuppa inglese al caffè", la "bavarese" e i vari sorbetti.